LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

mercoledì, maggio 30, 2012

L’arte (non solo contemporanea) è una truffa: Vittorio Sgarbi ha ragione ma anche torto


Domenica sera (27 maggio 2012) Vittorio Sgarbi è intervenuto a conclusione della IX rassegna di “Libri da scoprire”, fiera dell’editoria di Latina, per presentare il suo ultimo libro L’arte è contemporanea. Sgarbi è sicuramente un abilissimo oratore, parla con sicurezza e dosando abilmente gli artifici retorici. Non annoia di certo, quindi lo si ascolta con un certo interesse, anche se a tratti può infastidire il suo parlare costantemente ex cathedra. Quando però si passa all’analisi degli argomenti che propone, allora occorre fare dei distinguo. Sgarbi ha senza dubbio delle ragioni. Ma ha anche almeno un grande torto.
Il critico ferrarese comincia affermando che i bronzi di Riace sono “contemporanei” per il semplice fatto che esistono ancora oggi. Sono stati riscoperti da qualche decennio e da quel momento rivivono nella contemporaneità. Quindi sono contemporanei perché presenti in questo momento nel mondo. Nulla da dire in linea generale: non c’è dubbio che un’opera antica sopravvissuta fino ai nostri giorni, come sono i bronzi di Riace, per il solo fatto di poter essere ancora osservata risulta presente nelle nostre vite. Quindi, accettando anche la forzatura concettuale, possiamo affermare che quell’arte è “contemporanea”. Ora, a parte il fatto che la categoria “arte” così come noi la concepiamo oggi nell’antichità non esisteva neppure (e che quindi non ha senso prendere statue prodotte nel V secolo a.C. e associarvi i termini “arte” e “contemporanea”), resta da chiarire un altro punto fondamentale: in che modo sono a noi contemporanei quei bronzi? Certo, non allo stesso modo in cui è contemporaneo, ad esempio, un film di Tarantino. I bronzi di Riace possono ancora parlarci in due modi: posso dirci qualcosa del mondo che li ha prodotti 2500 anni fa, e posso dirci qualcosa dell’uomo in quanto uomo, che presenta caratteristiche che possono anche essere simili a distanza di così tanto tempo. Ma cosa non possono dirci quei bronzi? Non possono dirci nulla di preciso sull’uomo e sulla realtà di oggi, perché sono stati pensati in altro tempo, quando le condizioni storiche, sociali, politiche, economiche, tecniche, scientifiche erano profondamente differenti dalle nostre. Ecco perché dal mio punto di vista non è possibile dire che le statue bronzee di Riace sono “contemporanee” (metto tra virgolette il termine, perché è ovvio che qui Sgarbi ha iniziato a giocare con il significato di una parola, e ciò è legittimo, a patto di affermarlo subito e chiaramente). In seguito Sgarbi propone un discorso simile per Caravaggio, e in questo caso anche più pertinente, perché l’attenzione riservata oggi al pittore rende conto non di un casuale ritrovamento archeologico, ma di una rinnovata attenzione critica nei suoi confronti, e quindi di un fenomeno intenzionale dettato da una questione di sensibilità affine tra il Merisi e la realtà a noi contemporanea.
Fino a questo punto potrebbe sembrare poco chiaro l’obiettivo del critico. Sgarbi però continua il suo monologo, e questa seconda parte del suo discorso è decisamente più interessante. Due sono i bersagli del ferrarese: il primo è costituito dai critici d’arte che lo attaccano sostenendo di odiare l’arte contemporanea, ma che in realtà sono degli incompetenti incapaci di riconoscere il valore di un’opera (e cita tra questi Achille Bonito Oliva); il secondo bersaglio sono le opere d’arte contemporanea, prive di autentico valore e consistenti in vuoti e astrusi concettualismi. Per confermare queste due tesi Sgarbi (andando abilmente e furbescamente incontro all’umore del pubblico) tesse l’elogio del celebre episodio di Alberto Sordi Le Vacanze intelligenti (1978). Sgarbi accoglie in pieno l’ironia di Sordi e racconta l’episodio del concerto di musica contemporanea e della visita alla Biennale di Venezia, suscitando il riso di gran parte degli spettatori. La critica all’arte contemporanea è largamente condivisibile, poiché la quasi totalità dell’arte prodotta oggi è una truffa (o aspira a diventare una truffa). Ma a questo punto Sgarbi inserisce un nuovo argomento, la rivalutazione della pittura, rivelando che questo è il suo obiettivo ultimo. Accusa i critici d’arte contemporanea di aver estromesso la pittura dal sistema dell’arte, e di averlo messo in minoranza perché lui è uno dei pochi che apprezza ancora i pittori. Ecco che allora si comprende bene il discorso iniziale sulla contemporaneità: affermare che anche i bronzi di Riace sono contemporanei permette poi a Sgarbi di affermare che chi fa oggi pittura non è meno contemporaneo di chi fa installazioni multimediali. Ecco che allora la contemporaneità può essere costituita per Sgarbi sia dalla pittura sia dalle installazioni e proprio per questo il suo libro è stato concepito con una doppia copertina: a scegliere sarà chi acquisterà il volume. D’altra parte Sgarbi è un ottimo conoscitore in fatto di pittura, ma molto meno conosce le altre manifestazioni artistiche del Novecento.
Tutto il discorso di Sgarbi tiene fino a quando si limita alla denuncia della cricca dei curatori e critici che sponsorizzano artisti mediocri creando fenomeni modaioli di scarsissimo valore. Ma quando come antidoto a questi cialtroni (pure ignoranti, ha pienamente ragione) si propone un ritorno alla pittura, ebbene questo è il vero punto debole della sua operazione critica. Gli artisti pseudo-concettuali-didascalici creati dal ben noto sistema dell’arte (la roba ignorante e truffaldina alla Koons, Cattelan, Hirst, ma anche tutto il sottobosco decorativo e inconsistente di video-art, performance-art e simili) non meritano neppure di essere presi in considerazione. Ma, anche se più onesto e meno ignorante, è improponibile anche il ritorno alla bella pittura avanzato da Sgarbi. Ed è improponibile proprio perché, come abbiamo sempre detto, il presentismo modaiolo non può essere sconfitto da un ritorno al passatismo. Si può senza dubbio continuare a dipingere ancora oggi, nel 2012. Ma la pittura non è il mezzo più adeguato per descrivere e comprendere la realtà contemporanea. Certo, se si vuole esprimere un rifiuto completo della realtà presente e un ritorno all’antico possiamo utilizzare la pittura, ma se si ha intenzione di entrare in contatto con la sensibilità contemporanea ci sono modalità indubbiamente più efficaci, da rintracciarsi in continue azioni performative oltre-artistiche, sabotanti, disorientanti, al di fuori dei tradizionali generi, dei contesti museali, al di fuori del sistema artistico. Per sconfiggere il presentismo (utilitaristico affaristico modaiolo) occorre un’ulteriore fase d’avanguardia, non un ritorno all’ordine passatista. Sgarbi nel suo discorso cita correttamente la Fontana di Duchamp, ma non altrettanto correttamente comprende che l’esito ultimo della pratica del ready-made è lo smascheramento dell’inconsistenza della categoria dell’arte. Dopo gli sputi di Marinetti all’Altare dell’Arte e dopo i ready-made di Duchamp, la categoria dell’Arte non può che crollare definitivamente. L’esito non può essere quello di dichiarare che qualsiasi cosa entri in un museo sia arte (esito che giustamente Sgarbi denuncia come grottesco), ma non è neppure quello di far finta che Duchamp non abbia smascherato la funzione sacra dell’arte (e del museo). L’esito finale è comprendere che nulla è arte, che l’arte non esiste se non quando si crea artificiosamente, utilitaristicamente e meschinamente la categoria “arte”.
Per superare le truffe dell’arte contemporanea abbiamo oggi bisogno solo di quella che chiamiamo “oltre-arte”, occorre dichiarare che l’arte tutta è una truffa, che non abbiamo più bisogno di un mondo in cui ci siano artisti e non artisti, ma di un mondo in cui ci siano semplicemente persone con determinate doti più o meno sviluppate. La differenza tra gli individui non è relativa alla loro natura di artisti o non artisti, e quindi alla loro capacità e volontà di entrare in quei canali che legittimano questa natura di “uomini speciali”. La differenza sta solo nel livello raggiunto da ciascuno in differenti campi espressivi: possiamo essere più o meno abili nel disegno, nella scrittura, nella composizione musicale, nell’oratoria, etc. E allora, perché utilizzare ancora la categoria “arte”? Forse per creare un’isola romanticamente felice e lontana dalla corruzione e dall’utilitarismo del mondo? Ciò sarebbe anche comprensibile in linea generale, ma quando questa isola diventa altrettanto corrotta dall’utilitarismo ha senso ancora che esista? E poi, perché creare un’isola? Non hanno tutti gli individui bisogno di allontanarsi dalla vile meschinità quotidiana? Una volta eliminata l’inutile categoria dell’Arte non ci sarà più nessuno che proverà la truffa con il fine di essere inserito in questa élite dell’umanità che gode del privilegio di veder pagate idee anche banalissime con cifre ultramilionarie.
Insomma, qui non è in ballo, come crede Sgarbi, la truffa dell’Arte Contemporanea. Qui è in ballo la truffa dell’Arte. E basta.
Antonio Saccoccio

Sgarbi di fronte allo stand di "Avanguardia 21 Edizioni" riceve la  T-shirt del  MAV "L'arte è una truffa"



Etichette: , , , , , , , , , , , , ,

giovedì, aprile 12, 2012

Il FaceStrike: qualcosa in più di un sabotaggio di Facebook

È da poco più di una settimana che è stato lanciato il FaceStrike e tra tante domande, richieste, dubbi e perplessità è giusto ora chiarire le motivazioni e gli obiettivi dell’operazione.

Dove nasce il FaceStrike?

L’operazione è partita da Facebook perché è attualmente, almeno in Italia, il social network in cui più si rende necessario questo sabotaggio mediale. Ma già alcuni utenti lo stanno portando sui blog di wordpress e blogger, sulla piattaforma ning, sui forum, etc.

In cosa consiste?

Il FaceStrike consiste, generalmente, nel circolare all’interno delle comunità virtuali con un avatar che raffigura un altro utente, con lo scopo di generare disordine comunicativo, reazioni intellettuali ed emotive, etc. All’interno di questa indicazione generale, è possibile rintracciare un numero praticamente infinito di modulazioni differenti. Ci si può semplicemente accordare con un amico scambiandosi reciprocamente l’avatar e andare a infettare le bacheche dei profili amici. Si può rubare l’avatar ad un amico e continuare a postare come se nulla fosse cambiato. Si può rubarlo anche ad un profilo non direttamente nostro amico, ma soltanto amico di amici. Ci si può persino mettere d’accordo tra una decina di amici, “vestirsi” tutti con lo stesso avatar, e portare questa carnevalata monocromatica a spasso per il web. Ognuno può creare il proprio FaceStrike come meglio crede. Nessun FaceStrike è sbagliato, se si è compreso per quali motivi è nato e quali sono i suoi reali obiettivi.

Per quali motivi nasce?

Il FaceStrike nasce in seguito all’osservazione (e alla successiva critica) delle pratiche relazionali che si instaurano in generale nelle comunità online, e più in particolare in social network come Facebook. In questi luoghi di aggregazione virtuale l’importanza attribuita all’immagine appare generalmente predominante, fino a schiacciare qualsiasi altro aspetto. Così, social network come Facebook sembrano sempre più privi di spessore, schiacciati sulla monodimensionalità delle fotografie personali e dell’associazione della persona con una data immagine, e quindi con un avatar. Questo genera non solo una regressione notevole delle componenti verbale e sonora, ma più generalmente provoca l’incremento di tipiche relazioni “di facciata”, così vicine alle peggiori relazioni che si riscontrano abitualmente al di fuori del web e così lontane dal networking orizzontale e fuori dalle logiche di sistema. Gli adulti sono coloro che appaiono più corrotti anche in questo caso. È ormai frequentissimo trovare profili creati con il solo e unico scopo di stringere relazioni interessate con personaggi ritenuti importanti per la propria carriera. Si tratta del classico profilo con bacheca manageriale-pubblicitaria. Sì, perché Facebook è potenzialmente rivoluzionario, ma in mano a menti misere diventa una piccola e miserabile testata personale e personalistica, in cui mettersi in mostra costantemente intrattenendo relazioni di comodo con chi condivide la medesima miserabile impostazione mediale (e mentale). L’impostazione vetero-spettacolare di questi utenti non lascia loro neppure immaginare la potenzialità infinita che si annida nel Facebook inteso invece come succoso serbatoio per il networking creattivo (la seconda -t- è qui d’obbligo). Apparire sempre operosi, attivissimi, vincenti è lo scopo del profilo manageriale: una spettacolarizzazione forsennata della propria esistenza a cui neppure un Debord avrebbe mai pensato di poter assistere. Ecco allora la pratica del “mi piace” compulsivo appena si vede l’avatar utile ai nostri scopi che pubblica qualcosa: non serve neppure leggere cosa ha scritto, neppure di cosa generalmente ha scritto, che scatta il “mi piace” di facciata e pieno d’ossequio, come a dire “io ti leggo eh!”, “ci sono”, e soprattutto “ci sono sempre per te”.

Gli obiettivi del FaceStrike.

Di fronte a tutto questo, ecco il FaceStrike. Basta cambiare l’avatar per sabotare il sistema del “mi piace” facile. Modificare il reale accostamento tra l’utente e il suo avatar abituale causa innanzitutto un brusco rallentamento del “mi piace” compulsivo. Il motivo è semplice: la possibilità di sbagliarsi, e regalare quindi un “mi piace” di facciata ad un estraneo che ha rubato l’avatar di un amico “interessante” diventa, con la presenza del FaceStrike, altissima. E dopo esserci cascati un paio di volte, si è costretti a pensarci un po’ di più prima di cliccare. È importante provare concretamente almeno una volta per comprendere la portata di ciò che ho appena descritto. Sabotare l’indecoroso mercimonio dei commenti e dei “mi piace” compulsivi e interessati: questo è il primo obiettivo del FaceStrike.
Il secondo grande obiettivo è meno polemico, ma assai interessante a livello emozionale. Il FaceStrike ci costringe a considerare tutto ciò che ruota attorno alla nostra immagine e all’immagine altrui e che, travolti dall’inondazione fotografica quotidiana, rischiamo di non valutare mai neppure per un solo istante. Non è difficile così imbattersi in coloro che si dichiarano ansiosi, imbarazzati, angosciati dal veder circolare una propria fotografia come avatar di un altro profilo. Altri saranno persino incazzati perché gli avrete preso proprio la fotografia in cui “sono venuti male” (e di questa vanità maniacale nella scelta delle fotografie, ne vogliamo parlare? E la vogliamo finalmente un minimo ridicolizzare?). Non sarà difficile provare noi stessi un certo imbarazzo a portare in giro un volto che non è il nostro e affidare le nostre considerazioni (magari le nostre più intime) a quest’altra faccia, più o meno estranea, che per qualche ora, o settimana, sarà come la nostra. E i nostri pensieri che si adegueranno alla faccia scelta per quel giorno? Non ci credete? Eppure capita anche questo: di pubblicare un pensiero a cui non avevate mai posto la mente proprio perché quel giorno davvero vi siete calati nel vostro nuovo avatar, in quella faccia che a forza di fissarla sul monitor vi ha portato ad una riflessione che mai vi aveva sfiorato. Sì, perché se avete un aspetto fantastico e sempre fascinoso, credete che portare per una settimana una faccia brufolosa e sfigata vi attiri solo meno “mi piace”? Forse ci sarà meno movimento là fuori sulla vostra bacheca, ma qualcosa dentro di voi potrebbe muoversi parecchio.

Ancora una speranza per i giovani.

Una considerazione prima di concludere. Mentre gli adulti appaiono irrimediabilmente “adulterati” dalla logica vetero-spettacolare dell’interesse, dell’utile e della bella immagine da mostrare a tutti i costi, alcuni giovani sono al di fuori di queste logiche. Non è raro trovare infatti ragazze e ragazzi che praticano quasi un FaceStrike spontaneo, privo magari del rigore di questa nostra operazione organizzata, ma senz’altro segno dei tempi che cambiano. Ragazzi che intendono le pagine sul web non come piccole televisioni (o giornali) in miniatura, ma come occasioni per conoscere, comprendere, stringere legami, relazioni, alleanze, in un’ottica neotribale e antiutilitaristica, che è l’esatta negazione del vecchio opportunismo calcolatore di novecentesca memoria. Ecco allora che ridere della propria foto, clonarla, regalarla, vederla scippata e accostata alle più impensabili citazioni, potrà diventare un momento realmente eversivo e di possibile “messa in crisi” delle pessime tendenze in voga in larghe fasce delle comunità virtuali.

Antonio Saccoccio


* Il FaceStrike è stato ideato da tre movimenti oltre-artistici d'avanguardia (MAV Movimento per l'Arte Vaporizzata, Net.Futurismo, Movimento Arte Cervicale)

Etichette: , , , , , , , , , , , , , ,

sabato, febbraio 18, 2012

Fenomenologia della critica d'arte contemporanea

Abbiamo più volte detto che il nemico principale dell'avanguardia è sempre stato l'alleanza di comodo tra figure mediocrissime quali il critico e l'inutile artista passapresentista. Abbiamo inoltre più volte ribadito che questa è un'alleanza penosa, in quanto si tratta di individui incapaci che appoggiandosi gli uni agli altri credono in qualche modo di potersi accreditare. L'Artista è storicamente un ignorante della peggior specie, per di più generalmente anche stupido. Ma sa buttare quattro colori su una tela: quindi cerca di sfruttare al massimo questa sua pur parzialissima qualità. Per questo ha bisogno di qualcuno che sappia dar un qualche valore alle tele. E qui entra in gioco il critico/curatore, il quale è solitamente meno ignorante dell'Artista ma assai più furbo, anche se allo stesso modo sprovvisto di ingenium. Inoltre il critico si sente impotente perchè non solo non ha idee ma neppure quel minimo talento che ha l'artista nel creare immagini, e quindi per potersi legittimare decide di sostenere un artista che sappia fare concretamente qualcosa. Nell'alleanza tra deboli (e nell'alleanza in generale) non ci sarebbe nulla di male. Il problema è che qui si tratta di un'alleanza mediocrista, un'alleanza tra inutili mediocrità che ha l'obiettivo di contrastare le forze vive e vitali rappresentate dagli individui creatori che intendono immensificare la propria e altrui sensibilità. E questo non possiamo permetterlo. Che cosa fa oggi la cricca costituita da critico-curatore-artista? Cerca di conquistare la massima visibilità in modo da sviluppare un possibile mercato per quell'immondizia costituita da opere insignificanti (dell'artista) e parole nullasignificanti (del critico/curatore). Come ha spiegato il critico (ma anche, ad ulteriore conferma di quanto sosteniamo, affermato artista) Vitaldo Conte nel suo recente volume Pulsional Gender Art (Avanguardia 21 Edizioni), il critico o il curatore ha il compito di "ufficializzare a pagamento un artista, utilizzando un cripto-linguaggio". In realtà se si leggono pagine scritte da critici d'arte appare con ogni evidenza che per fare il critico basta scrivere male e non avere idee (altra questione sono i critici letterari, che ugualmente sono a corto di idee e si occupano spesso di questioni insignificanti, ma almeno conoscono la lingua italiana!). Questo è il cripto-linguaggio citato da Conte: un linguaggio oscuro perchè dietro le parole non c'è alcuna idea, quindi il linguaggio ha il compito di occultare la miseria del messaggio.
Tra i compiti dell'artista d'avanguardia, che oggi per noi corrisponde con l'oltre-artista totale, c'è ovviamente quello di demolire la mortifera alleanza critico-artista. In quale modo? Semplicemente portando a completo sviluppo il modus operandi della coppia Boccioni-Marinetti, che già al loro tempo riunivano nella loro azione avanguardista la figura del critico, del teorico e dell'artista. Inutile sottolineare che per tutto il Novecento tutti gli artisti significativi hanno sempre unito l'aspetto critico-teorico e quello creativo (che poi sono dissociati solo nelle povere menti dei critici e degli artisti passatisti). L'artista d'avanguardia, non essendo un cialtrone come gli altri che si dichiarano Artisti, non ha mai bisogno di chi (il critico) debba inventarsi esilaranti giri di parole per legittimare la più palese inconsistenza creativa.
E' tutto molto chiaro, quindi, se si dispone di chiavi di lettura adeguate. Critici d'arte e artisti, sostendo reciprocamente la propria inconsistenza, hanno appestato la contemporaneità riempiendo i media di massa di cialtroneria e paccottiglia verbo-visuale. Togliamo loro il giocattolo, anche perchè attorno a quel giocattolo ruotano ormai interessi milionari. Siamo in crisi finanziaria? Iniziamo a togliere finanziamenti pubblici a inutili e faraoniche esposizioni avallate da mediocri critici e curatori d'arte! Giriamo i soldi risparmiati per sostenere i giovani talenti, che sono tanti e hanno il cervello per pensare da soli, senza protesi critiche o curatoriali!








Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , ,

domenica, gennaio 29, 2012

MAV - Movimento Arte Vaporizzata

Il MAV, Movimento Arte Vaporizzata, è un movimento oltre-artistico aperto, nato sul web dalle menti di alcuni tra i più attivi rappresentanti del del Gruppo IDRA, Net.Futurismo, del Movimento per l’Arte Cervicale, etc.
L’obiettivo principale del MAV è attaccare e sgretolare tutto il sistema museificato, mercantilistico e parassitario dell’arte. Per raggiungere questo igienico obiettivo occorre salvare ciò che è ancora salvabile dell’arte, e cioè lo spirito analitico critico ironico ribelle sovversivo, e condurlo al di fuori dei recinti stabiliti dell’Arte. Parallelamente, ma non secondariamente, vaporizzare con l’Arte quella penosa figura che oggi si fa ancora chiamare Artista.

Il MAV ritiene che vaporizzare l’arte sia l'unica strada attuabile oggi per superare finalmente l'arte, anzi per realizzarla, come auspicava l’Internazionale Situazionista.


Uccidiamo dovunque la solennità. Via! non prendete di queste arie da grandi
sacerdoti, nell'ascoltarmi! Bisogna sputare ogni giorno sull'Altare dell'Arte!
(Manifesto del Futurismo, febbraio 1909)


Siamo degli artisti soltanto in quanto non siamo più degli artisti: stiamo
realizzando l'arte.
(Internationale Situationniste, n. 9, agosto 1964)



Non credete nell’Arte.
L’Arte è una truffa, l'Arte è un enorme raggiro.

(Movimento Arte Vaporizzata, gennaio 2012)


Il MAV è costantemente in fase di espansione e ha già stretto alleanze con figure di primo piano dell'avanguardia contemporanea. L'assetto anti-gerarchico del MAV facilita i nuovi ingressi e le ibridazioni continue con movimenti gruppi individui di affine sensibilità. La sfida è appena cominciata.
Nanizziamo arte e artisti.


Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , ,

sabato, dicembre 31, 2011

I giovani non sono coglioni! Manifesto per la rivolta delle future generazioni.

I GIOVANI NON SONO COGLIONI!

MANIFESTO PER LA RIVOLTA DELLE FUTURE GENERAZIONI


I giovani non sono imbecilli. I giovani non sono incapaci. I giovani non sono ignoranti. I giovani non sono fannulloni. I giovani non sono meschini. Ma soprattutto i giovani non sono coglioni. Non sono coglioni che sopporteranno ancora in silenzio le vessazioni e le umiliazioni a cui sono quotidianamente sottoposti.
Troppo abbiamo subito e troppo abbiamo sofferto in silenzio. Troppe volte abbiamo abbassato lo sguardo e chinato il capo. Troppo a lungo abbiamo vissuto sopportando e ancora sopportando.
E per questo motivo il presente manifesto è solo dei giovani, per i giovani e con i giovani.

È l’ora di ripensare le distanze, di smascherare le falsificazioni, di igienizzare le relazioni. È il momento di non aver paura di invocare persino un salutare scontro generazionale.
Il mondo così com’è è ammorbato da una militarizzazione e gerarchizzazione stomachevole. E sotto accusa per una volta non ci sono i giovani, che la retorica convenzionale continua a dipingere senza alcuna qualità. Sotto accusa ci sono gli adulti, protagonisti di un incessante e indecoroso arroccamento in difesa dei loro privilegi. Il compito degli adulti - di quegli adulti adulterati che, per comodità, imposizione o insufficienza critica, sponsorizzano l’attuale “sistema di vita” - sembra essere quello di fare in modo che questo sistema non cambi mai. E affinchè nulla cambi il primo bersaglio da colpire e annientare sono i giovani, soprattutto quelli dotati di energie, passioni, entusiasmo e vitalità.
In questa Italia, poi, essere giovani è diventato un vero handicap: giovane è ormai sinonimo di inesperto, incapace, dilettante, anzi dilattante! Sì, dilattante. Perché per il senso comune più si è vicini al periodo in cui si prendeva il latte dalla mamma, più si è incapaci!
È abitudine consolidata - vigliacchissima e imbecillissima - quella di considerare i giovani degli “adulti minorati”. Visto che nel mondo passatista e presentista il potere sociale raggiunto viene ritenuto il valore fondamentale, l’adulto, detentore di tale potere, vede il giovane che ne è sprovvisto come mancante dell’elemento valoriale principale. Per questo motivo egli si ritiene in diritto di trattare il giovane come un minus habens. Non stiamo parlando di astrazioni. Vediamo come funzionano le relazioni giovani-adulti con qualche esempio concreto. Se ci si presenta in qualsiasi contesto, da quello più informale a quello più ufficiale, e si ha la sfortuna di essere giovani, si è trattati inevitabilmente con arroganza e supponenza. Comunque sempre dall’alto in basso. Entriamo in un bar o in un qualunque esercizio commerciale: un adulto sarà trattato inevitabilmente con maggiore educazione e rispetto di un adolescente. Andiamo a pagare un conto corrente alla posta: per i ragazzini a stento un saluto. Ciò che stupisce è che salendo nelle gerarchie del potere l’essere giovani diventa addirittura una menomazione. Un giovane che vuole fare politica? “Troppo giovane, non ha esperienza”. Ma ha idee e passione. “Idee e passione non portano voti. Deve fare prima la gavetta”. Un medico giovane? “Non ha neppure trent’anni, dove vuole andare!”. Ma è aggiornatissimo rispetto a colleghi più anziani che non lo sono! “Questo non conta niente, è sempre un pivellino”. Il culmine di questo paternalismo mediocrista si raggiunge negli ambienti artistici, letterari, accademici. Qui se si è giovani si è guardati come poveri mentecatti alla disperata ricerca di un posto al sole. Quelli sono ambienti in cui entrano solo i grandi saggi, e si sa che la saggezza non è il punto forte dei giovani! Ad un giovane di 25 anni, ricchissimo di idee, entusiasmo e visioni per il futuro, sarà indubbiamente preferito un adulto adulterato di 50 (ricco di tutti quei titoli ed esperienze che l’hanno ridotto ad un vecchio prima del dovuto!). Non è raro, quindi, in questi ambienti sentir definire “giovani studiosi” uomini di 40-45 anni! Come non è raro trovare giovani costretti ad aumentarsi gli anni per vedere aumentata proporzionalmente la propria credibilità. C’è chi giunge persino a farsi crescere una folta barba per darsi un’aria più vissuta e quindi più rispettabile!

Ora, dal nostro punto di vista (che è quello dell’avanguardia e quindi della vita), i giovani sono invece l’unica speranza per poter ancora immaginare un mondo differente.
I giovani non sono ancora spenti e devitalizzati come lo è la maggioranza degli adulti.
I giovani non sono tutti meschini, calcolatori e interessati come lo è la maggioranza degli adulti.
Gli adulti sono adulterati dal sistema di compromessi e calcoli, meschinità e interessi a cui hanno ceduto. Non c’è giorno in cui l’adulto non chini il capo di fronte a prepotenze, non lecchi il sedere al potente di turno, non rifugga da scomode prese di posizione. L’adulto ha compreso che il sistema attuale premia il servilismo e rifiuta ogni entusiasmo disinteressato. L’adulto vive da mezzo morto, poiché ha eliminato, più o meno consapevolmente, tutti gli impulsi autenticamente passionali dalla propria vita. Nel suo mondo non sembra esserci più spazio per il coraggio e per il rischio di un fischio.
I giovani sono al contrario portatori di autentica vitalità. E cosa fa l’adulto quando è a contatto con i giovani? Cerca costantemente di privarli della loro esuberanza. Ogni passione è dipinta come pericolosa, ogni istinto di ribellione è sedato o represso con rimproveri, castighi e punizioni, ogni legittima aspirazione visionaria è stroncata sul nascere. “Sei un sognatore! Questo tuo obiettivo è velleitario! Torna con i piedi per terra!”: eccoli i mortiferi mediocrismi e moralismi a cui siamo stati abituati. Tutto sempre in nome di un’adesione a quel modello dell’uomo triste, serioso e laborioso, avvilito, calcolatore, abbattuto e allineato che dovrebbe costituire il naturale approdo alla “fase adulta” della nostra esistenza! Ma tenetevelo per voi questo modello! Nessuno ci ha mai messo al mondo per farci vivere come voi! Il vostro sistema di vita ci fa schifo!

Sin da bambini siamo aggrediti dall’adulta adulterazione. Uno dei passi fondamentali è costituito dal sistema educativo, che dall’asilo all’università, passo dopo passo, inocula nelle giovani leve il germe dell’adulterazione. In questi ambienti il giovane sa di dover apprendere ciò che si fa e ciò che non si fa, ciò che serve e ciò che non serve, cioè che è giusto e ciò che è sbagliato. Ebbene, in questi ambienti il giovane impara che tutto ciò che è desiderio, tutto ciò che è passione, tutto ciò che è emozione, sogno e visione, scherzo e gioco, tutto questo è negativo, tutto questo è da evitarsi come la peste, tutto questo è punibile, indecoroso e pericoloso. E cosa è invece encomiabile? Cosa dà diritto al premio? Il rispetto delle norme, il calcolo, l’utile, l’obbedienza, il rigore, la serietà, la disciplina. A scuola, per riassumere tutto questo retrivo armamentario, si usa di frequente un termine demenziale: “scolarizzazione”. Che per noi uomini e donne d’avanguardia sta a significare: rendere innocue le sane passioni giovanili, metterle fuorilegge ed educare al servilismo; per i passatisti e i presentisti si tratta invece di una sintesi mirabolante di rispetto, ubbidienza, ordine e disciplina. Che si apprenda a rispettare le regole utilitaristiche del mondo sfatto in cui sono immersi loro! Ecco cosa vogliono!
E usciti fuori dai contesti educativi? Nulla di troppo differente nel cosiddetto tempo libero. Si continua con le “attività militarizzate d’evasione”: sport, musica, danza, etc. Grevi istruttori di calcio e soffocanti docenti di danza: perfetti per gestire dei lager! Maestrini e maestrine di musica dalla bacchetta facile: ottimi in una teca dell’Ottocento!
Passano gli anni, e così il giovane, giunto all’età adulta, è ormai totalmente inoffensivo. Privato degli impulsi più vitali e generosi, non gli resterà che sviluppare al meglio la sua parte razionale e intellettuale (l’unica che gli adulti hanno da sempre incoraggiato e premiato). E sarà - si badi bene - una razionalità al servizio dell’utilitarismo più bieco. Quell’adulto saprà quindi gestire al meglio i suoi risparmi, ma difficilmente avrà un buon amico. Riuscirà a pagare meno tasse, ma si sposerà con la donna che detesta. Saprà fare carriera nel migliore dei modi, ma avrà bisogno di un animatore per divertirsi e svagarsi. Saprà scappare di fronte al pericolo, ma non rischierà mai nulla per aiutare chi è in difficoltà. Saprà bene come obbedire a chi ha più potere di lui, ma non saprà ribellarsi in alcun modo alle sue prepotenze.

Fino a qualche tempo fa i giovani non potevano dare spazio alle loro passioni perché dovevano quasi tutti impegnarsi precocemente nel lavoro. Oggi che potrebbero essere liberi di esprimersi pienamente, a privarli dei loro entusiasmi ci pensano la scuola e il doposcuola militarizzato.
Ma oggi i giovani hanno anche la possibilità di approcciarsi al mondo in ambienti antigerarchici e non militarizzati, in cui la libertà espressiva può essere totale. Ed ecco così la nascita di vitalistici fermenti neotribali, che maturano in aggregazioni e relazioni digitali per poi divenire acquisizione stabile nel vissuto quotidiano. È qui che si sta prospettando il risveglio dell’anima passionale e pulsionale dei giovani. Tutto ciò causerà presto un’ondata di generosa e appassionata vitalità, che colpirà al cuore l’arroganza e l’utilitarismo degli adulti. Non è un caso che i grandi saggi adulterati temano le aggregazioni anti-gerarchiche digitali: lì si sta consumando la morte dei loro secolari privilegi!
Il mio invito ai giovani è quindi il seguente: non abbiate alcun timore di difendervi dalle prepotenze adulterate di chi ha qualche anno in più di voi, anzi attaccate e demolite con ogni mezzo a vostra disposizione quel mondo che - io lo vedo bene! - non vi piace affatto.
E questo invito è esteso anche a tutti gli adulti - e ce ne sono! - che hanno respinto l’adulterazione e sono disposti a difendere i giovani dalla costante aggressione a cui sono sottoposti dalle mortifere forze della conservazione.
È necessario salvaguardare e alimentare l’entusiasmo giovanile. La militarizzazione e la castrazione emotiva dei giovani sono uno scempio di cui siamo più o meno tutti responsabili e di cui non ci vergogneremo mai abbastanza.
Gli adulti adulterati non abbandoneranno mai le posizioni di privilegio servilmente conseguite. Hanno superato la settima decade, anche l’ottava!, eppure non concedono spazio alcuno all’entusiasmo e all’intelligenza giovanile!
Che gli adulti non adulterati si trasformino quindi in eccitatori dei giovani!
Che i giovani si prendano il futuro a cui hanno diritto! E lo facciano armati di coraggio e con il sorriso sulla bocca!
Basta con i mediocrismi spacciati per buoni e saggi consigli! I malinconici pompieri si facciano da parte! Largo, ancora una volta, agli allegri, determinati, strafottenti e giocosi incendiari!

I giovani non sono coglioni!


31 dicembre 2011

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , ,

lunedì, dicembre 12, 2011

Creatività diffusa neotribale contro Arte ufficiale: verso la definitiva resa dei conti

Nel mondo della cosiddetta "arte contemporanea" si sta producendo una frattura progressivamente sempre più ampia tra gli scaltri detentori dell'Arte ufficiale e i genuini selvaggi creativi della nuova generazione digitale e neotribale. I primi sono tanto protesi verso la rivendicazione del loro status, delle loro tecniche, delle loro specializzazioni, dei loro titoli quanto privi di invenzione e creazione. I secondi sono tanto poco interessati al riconoscimento artistico e alle logiche mercantili quanto barbaramente e costantemente produttivi.

I primi hanno ancora un'unica arma: il potere del denaro che riconosce come merci le loro infime produzioni.

Si tratta, in questa fase decisiva, di togliere anche quest'ultima arma ai passapresentisti.

E questa operazione dovrà essere brutalissima. Una vera e propria resa dei conti.

Smascherare senza alcuna pietà l'inconsistenza assoluta della produzione artistica ufficiale. Togliere i lustrini che abbagliano gli occhi degli sprovveduti e rivelarne la vacuità. Demolire il penoso divismo artistico erede del divismo mediatico della società tardo-spettacolare. Spazzare via le logiche affaristiche e mediocriste legate al tedioso copyright.

Questi sono gli obiettivi del Net.Futurismo. Questi sono gli obiettivi del MAV, movimento per l'arte vaporizzata. Questi sono gli obiettivi della terza avanguardia.


Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , ,

venerdì, novembre 11, 2011

Manifesto del futurismo smodato 11.11.11

MANIFESTO DEL FUTURISMO SMODATO

L’umanità cammina verso l’individualismo anarchico...

F. T. Marinetti

Exordium

Oggi, 11/11/11, quando il numero sacro del futurismo si presenta in forma una e trina, quando il numero bicornuto venerato da FT Marinetti colora di rosso incandescente i nostri calendari, quando il numero che supera il sistema decimale delle dieci dita e delle limitazioni umane accompagna il sorgere del sole novembrino nell’anarchica e illogica estate di San Martino, noi futuristi del XXI secolo ci accingiamo a pubblicare il centoundicimilacentounesimo manifesto futurista: il Manifesto del futurismo smodato!

Pars destruens

Sull’onda del centenario della fondazione, si fa un gran parlare di futurismo, ma il termine è usato troppo spesso a sproposito, ai limiti dello stupro linguistico. In tale situazione, non è azzardato parlare di usurpazione.

Un partito decide di chiamarsi “Futuro e libertà”, i suoi militanti si definiscono “futuristi”, la loro fondazione si chiama “Farefuturo” e il loro giornale di partito “Il futurista”. Riconosciamo che tanta attenzione a nomi e simboli che ci sono cari ci lusinga. Riconosciamo che, a riguardo di alcune questioni bioetiche, il neonato e soltanto sedicente partito “futurista” ha con noi qualche punto in comune. Il suo capo votò “sì” ai referendum sulla fecondazione artificiale e la clonazione terapeutica. Ma questo è tutto quanto possiamo riconoscere. Il resto è tristezza. Può un partito che si richiama nominalmente e simbolicamente al “futurismo” schierarsi strategicamente con il centro moderato cattolico? Può un partito “futurista” essere impegnato, tranne qualche frangia, a chiamare a raccolta tutti i benpensanti, i perbenisti, e coloro che pensano che la political correctness sia un totem e l’autodeterminazione un tabù?

Non bastasse “Futuro e libertà”, è in circolazione anche “Libertà e futuro”. Attenzione! Non è una patacca. È un’associazione politica, una lista civica, un movimento nato ancora prima del partito scissionista della destra, e proprio in concomitanza con il centenario del Futurismo. Peccato che – come il quasi omonimo partito politico – non mostri alcuno slancio rivoluzionario, avanguardista, prometeico. Del resto, è noto che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.

Oltre ai politici di professione, ci sono politici per missione. Un industriale aristocratico ha chiamato la propria fondazione “Italia futura”, una fondazione che si è dotata di sedi territoriali e assomiglia ormai a un vero e proprio partito. Un giorno sì e un giorno anche, il nostro minaccia di entrare in politica. Certo, questo imprenditore ha dei meriti che gli debbono essere riconosciuti: ha dato lustro alla tecnologia e all’ingegno italiano nel mondo. FT Marinetti non sarebbe forse fiero dei suoi bolidi rossi, considerando che il rosso è il colore del futurismo e la velocità la sua religione? Non sarebbe fiero di questi gioielli della meccanica che portano l’emblema dell’eroico aeroartista Francesco Baracca? Ma, anche in questo caso, il riconoscimento deve fermarsi qui. L’industriale in questione, tirato per la giacca da destra e da manca come salvatore della Patria, minaccia di scendere nell’arena politica… Bene! Bravo! Con chi? Con il centro moderato cattolico! Che c’è di futurista, o anche semplicemente di futuro, in tutto questo?

Per farla breve, è tutto un pullulare di futuristi a modo. Giriamo allora a questi sedicenti futuristi, e in particolare a quelli di “Futuro e libertà” – dato che fanno riferimento esplicito al futurismo storico – la domanda che FTM fece ai comunisti italiani:

1. Siete voi disposti come noi a liberare l’Italia dal Papato?

2. Vendere il nostro patrimonio artistico per favorire tutte le classi povere e particolarmente il proletariato di artisti?

3. Abolire radicalmente tribunali, polizie, questure e carceri?

Se non avete queste tre volontà rivoluzionarie, siete dei conservatori, archeologi clericali polizieschi e reazionari sotto la vostra vernice di comunismo rosso. Vogliamo liberare l’Italia dal papato, dalla monarchia, dal Senato, dal matrimonio, dal Parlamento. Vogliamo un governo tecnico senza parlamento, vivificato da un consiglio o eccitatorio di giovanissimi. Vogliamo l’abolizione degli eserciti permanenti, dei tribunali, delle polizie e dei carceri, perché la nostra razza di geniali possa sviluppare la maggior quantità possibile di individui liberissimi, forti, laboriosi, novatori, veloci. Non soltanto siamo più rivoluzionari di voi, socialisti ufficiali, ma siamo al di là della vostra rivoluzione.

Premesso che non siamo qui per sottoscrivere alla lettera, per elevare a Verbo, ogni frase pronunciata cento anni fa da Marinetti (questo sarebbe davvero antifuturista!), ci pare nondimeno possibile distillare da questa lista di idee-azioni – attuali o inattuali, praticabili o utopiche che siano – lo spirito anarco-rivoluzionario che le anima. I futuristi (quelli veri) erano più rivoluzionari dei comunisti, più a sinistra della Sinistra Ufficiale. In questo senso erano Al di là del comunismo. Ma voi siete ben al di qua persino della Democrazia cristiana. Perché allora questo stupro linguistico? O forse dovremmo farvi un’altra domanda: avete mai letto un manifesto futurista?

Per riassumere, quando una serie interminabile di partiti, fondazioni, riviste, blog ha iniziato ad inneggiare ad una controfigura di futurismo – flaccido, moderato, misurato. Quando il nome “futuristi”, prima irriso o dimenticato, è tornato di moda, purché sia a modo, a noi FUTURISTI VERI, noi che futuristi lo siamo sempre stati, non resta che dirci SMODATI. Non abbiamo altra scelta. Per prendere una salutare distanza da questa pantomima, dobbiamo definirci smodatofuturisti.

Pars construens

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della scienza! Non passa giorno che un ecologista o un prete, un politico passatista o un umanista ammuffito non esca con la solita litania della ricerca scientifica che, sì, è un bene, ma deve lasciarsi imporre dei limiti. Limiti? Constatare che la scienza ha dei limiti è saggio, perché ha dei limiti cognitivi il protagonista di questa impresa: l’uomo. I nostri sensi sono limitati, la nostra ragione è limitata. Certamente la scienza non esaurisce la conoscenza. Certamente la scienza non è lo specchio della natura. Certamente la scienza è solo un modo di rappresentare la realtà, di cercare la verità. Certamente le costruzioni scientifiche sono soggette a rivoluzioni, a cambi di paradigma, presentano anomalie, non riescono a dare ragione di tutti i fenomeni, sono influenzate dal contesto sociopolitico, dalle credenze metafisiche, non sono verità eterne…

Ma, se la scienza ha di per sé dei limiti, perché imporgliene altri? Gli spiriti antiscientifici affermano infatti che dobbiamo volontariamente stabilire i nostri limiti, le nuove colonne d’Ercole della conoscenza, e – in nome della Grande Paura – non spingerci oltre, anche se potremmo. Ma che significa questo, se non che dobbiamo lasciare volontariamente un’area di ignoranza, di tenebre, grande a piacimento, a gravare sulla nostra condizione umana? La ricerca scientifica è idealmente ricerca della verità, attraverso l’uso della ragione e dei sensi. È il tentativo di portare luce su quante più questioni possibili. Vogliamo spegnere questa luce? È dove dovremmo metterli questi limiti, questi paletti invalicabili? Prima della scoperta dei neutrini? Prima della scoperta del DNA? E perché non prima della scoperta dell’evoluzione delle specie, della legge di gravitazione, dei principi di idrostatica di Archimede, o della forma sferoidale della Terra? Ma, soprattutto, perché dobbiamo porre dei limiti? A chi giova l’ignoranza volontaria? Probabilmente, a chi si accontenta di una rassicurante immagine dell’universo, simile a un presepe di Natale.

La scienza ha fatto crollare regni e imperi, chiese e religioni. La scienza non è mai stata cauta, moderata, a modo. È sempre stata smodata, proprio come noi futuristi. Il Cardinale Bellarmino si preoccupava delle conseguenze politiche della teoria eliocentrica. Gli astronomi invece si preoccupavano soltanto della teoria eliocentrica. Una frase di Fichte traduce lo spirito della scienza meglio di ogni trattato: «La verità deve essere detta anche se il mondo dovesse andare in pezzi!». Proprio così… La ricerca scientifica deve essere libera, deve dispiegarsi per raggiungere le frontiere più estreme della cognizione umana. E quando queste saranno raggiunte, sarà l’essere postumano a prendere il posto dell’umano, per andare ancora oltre. Dove? Non lo sappiamo, ma non è questo che importa. L’importante è vivere la ricerca scientifica come una avventura perenne, armati di coraggio e curiosità. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della tecnologia! Ci sarebbe un futuro se non ci fosse uno sviluppo tecnologico libero e illimitato? È la tecnologia che crea il tempo, distinguendo tra passato, presente e futuro. Immaginiamo una società umana in cui il primo homo habilis avesse gettato la pietra raccolta, invece di scheggiarla per farne un utensile. Immaginiamo una società umana senza rivoluzione neolitica, senza agricoltura e pastorizia. O senza rivoluzione industriale, rivoluzione informatica, rivoluzione robotica, rivoluzione biotecnologica. Sarebbe una società sempre uguale a se stessa. Un eterno presente, senza passato e senza futuro, senza consapevolezza e senza storia.

Sappiamo che non pochi rimpiangono o sognano questo tipo di società. C’è chi sogna una moratoria delle tecnologie al tempo presente, per lucrare sulle posizioni di privilegio (i conservatori), c’è chi sogna una decrescita felice (i reazionari), e c’è anche chi sogna uno sviluppo sostenibile, ossia fino a un certo punto, il punto in cui si raggiunge “la fine della storia” (i falsi progressisti). Dunque, un passato sì, un futuro no. Di fronte soltanto un eterno presente, una società sempre uguale a se stessa, per i millenni a venire, fino a quando l’esplosione del sole non metterà fine alla vicenda umana su questo pianeta.

C’è chi ama questo scenario, ritenendo insensata la continua rincorsa della novità tecnologica. E c’è invece chi ritiene completamente insensato proprio questo statico scenario. Noi lo riteniamo insensato. Ognuno ha la propria sensibilità, i propri orientamenti psicologici ed esistenziali. Su questo non discutiamo. È tuttavia lapalissiano che non può dirsi futurista chi non ama la tecnica, chi non desidera il continuo sviluppo della tecnica. Un futurista conservatore è un ossimoro, un non senso. Senza tecnica non c’è futuro. I futuristi vogliono andare sempre oltre, spingersi fino al futuro più estremo.

Lo sviluppo tecnologico è un’avventura e come ogni avventura necessita di coraggio. Le nuove tecnologie in campo, l’ingegneria genetica, la robotica, l’informatica, non cambiano solo l’ambiente. Promettono di cambiare anche l’uomo. Qualcuno, che in passato ha accettato ogni sviluppo tecnico, vorrebbe ora fermarsi almeno davanti a questa possibilità. Noi invece diciamo che è il momento di essere smodati. I futuristi vogliono continuare la loro marcia, anche verso questo futuro postumano. I futuristi sognano un futuro estremo, il cui frutto più maturo sarà un nuovo salto evolutivo della specie, del resto già vagheggiato da Marinetti. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione dell’arte! L’arte è la suprema manifestazione della creatività umana e postumana. L’arte rappresenta il completamento spirituale e cognitivo della scienza, giacché laddove la scienza indaga la realtà attraverso il “metodo osservativo-sperimentale” e condivide i risultati attraverso la comunicazione razionale, l’arte indaga la realtà attraverso la “libera intuizione” e condivide i risultati attraverso la comunicazione estetica.

Non perderemo tempo a discutere se esiste un canone universale di bellezza. Noi siamo relativisti e partiamo dal presupposto che non esistono l’artista e il pubblico. Esistono i pubblici-artisti, al plurale. Esistono tribù estetiche, con diverse sensibilità. A noi non interessa stabilire quello che è bello per tutti, ma quello che è autenticamente futurista. Torniamo sempre allo stesso punto: vogliamo distinguere il falso dall’originale. Il falso è a modo, l’originale è smodato.

Nel campo dell’arte è innanzitutto importante non confondere il modaiolo provocatore con l’innovatore futurista. L’odierna ricerca dell’originalità fine a se stessa, senza sentimenti e senza messaggio, è ormai patetica e ha ben poco di futurista. Non è futurista chi segue bovinamente i trend, le mode del momento. «Oh, il figurativo non è più di moda, ora va l’astratto. Tutti di qua! L’arte come mimesi è superata, basta con il realismo, immergiamoci nel surreale… Tutti di là! No, aspetta, aspetta! È la performance la strada da seguire, basta con l’olio e le tele! Ecc.». Questo appecorarsi per seguire il gregge, per compiacere i pastori critici d’arte sarebbe arte? No. È solo viltà. E la viltà non ha nulla di futurista.

È vero che l’artista è futurista quando innova, quando rompe gli schemi. Ma questo oggi non basta più. Da quando è diventata una moda lo stesso rompere lo schema, al solo fine di rompere lo schema, da quando l’arte è ridotta a una ricerca dell’assurdo e dell’incomprensibile, per potersi dire futurista si deve concepire un’opera non solo innovativa ma anche esteticamente futurista. Se dobbiamo sintetizzare l’estetica futurista in una frase, possiamo rifarci tranquillamente al manifesto del 1909: «Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo».

Questo continuo spacciare tendenze del momento per “arte ufficiale” ha luogo perché permane un’assurda distinzione tra arte e vita. L’arte è stata chiusa in una torre d’avorio e “l’artista” (colui che ha ottenuto lo status di “artista”) viene elevato su un piedistallo, dal quale può riversare sul mondo qualsiasi porcheria. La soluzione è dunque il superamento dell’arte come categoria chiusa, in quanto blocca le intuizioni dell’individuo all’interno di un settore e ne mercifica gli obiettivi. Le facoltà artistico-creative appartengono a tutti. L’arte modaiola che abbiamo denunciato persiste perché esiste la categoria artificiale dell’arte, che tanti rincorrono. È dato trovare molti grandi creativi in settori non-artistici, mentre osserviamo giornalmente “grandi artisti” con creatività pari a zero. E quest’ultima affermazione dovrebbe bastare ad evitare un malinteso. Quando – seguendo Gramsci e Marinetti – diciamo che tutti siamo filosofi, scienziati, artisti, vogliamo dire che tutti lo siamo in qualche misura. Non stiamo pensando ad alcun livellamento egualitaristico, ove scompare del tutto la qualità dell’individuo. Vi sono individui dotati di maggiore creatività, talento, passione, capacità, perseveranza rispetto ad altri. Purtroppo, i migliori non fanno necessariamente parte dell’industria dell’arte, o perché appartengono ad una tribù estetica marginalizzata dai “custodi dell’arte ufficiale” o perché esprimono la propria creatività in settori diversi.

Stiamo dunque attenti a non prendere abbagli. Oggi irrompe sul palcoscenico della storia l’arte digitale. Le macchine permettono a un numero infinitamente superiore di persone di esprimere la propria sensibilità artistico-creativa e di metterla in circolo, senza subire i diktat e i ricatti dell’industria dell’arte. I futuristi sono naturalmente aperti e predisposti alla novità, alla musica elettronica, alle arti digitali visive. Plaudono alla fusione creativa tra uomo e macchina. Ma anche qui serve un distinguo. Chi si butta nell’arte digitale solo perché è di moda, solo perché è l’ultima tendenza, non è necessariamente “futurista”. È in realtà un “presentista”, se non addirittura un “passatista” mascherato. Questi signori gli schemi non li rompono, li consolidano!

Faremo solo un paio di esempi. I musicisti techno-electro-industrial che compongono musiche ultra-tecnologiche, digitali, esteticamente prometeiche, ma cantano un testo contro la tecnologia sono semanticamente stonati e certamente non futuristi! Altrettanto possiamo dire degli artisti del filone fantascientifico di orientamento apocalittico, distopico, luddista, che lamentano lo sviluppo incontrollato della cattiva tecnologia e magari pubblicano i propri racconti, romanzi, film, fumetti, videogiochi in Internet, in formato e-book o multimediale. È evidente la schizofrenia o la semplice adesione modaiola al trend estetico, senza condivisione dei valori. Subiscono magari la fascinazione della tecnica, ma sono incapaci di completare il cammino, di accettarla fino in fondo. Oppure, sapendo che il loro pubblico ha un orientamento luddista, creano opportunisticamente un ossimoro estetico.

Le avanguardie anticipano il senso comune, non lo seguono. Le avanguardie sfidano il senso comune, non lo temono. Le avanguardie sono smodate, non a modo. La nuova frontiera dell’arte – frontiera che coinvolge “tutti gli esseri senzienti” e non solo gli “artisti ufficiali” – è fare della propria vita, del proprio corpo, della propria psiche, della propria comunità, della propria specie un’opera d’arte. Modificare, scolpire, creare se stessi grazie alle nuove tecniche della genetica, della chirurgia, della robotica, dell’informatica è oggi l’autentica arte d’avanguardia, l’arte smodatofuturista. La nuova frontiera dell’arte supera perciò tre dicotomie storiche: 1) quella tra artisti e fruitori dell’opera d’arte; 2) quella tra discipline artistico-creative e discipline tecnico-scientifiche; 3) quella tra mondo esterno da creare-rappresentare e mondo interno di cui prendere semplicemente atto.

Noi non prendiamo atto dell’umanità, del suo fenotipo e del suo genotipo. Noi la plasmiamo, la cambiamo, la superiamo attingendo alle nostre conoscenze tecnico-scientifiche e seguendo le intuizioni estetico-artistiche della nostra volontà creatrice. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della morale! Marinetti propose l’abolizione del matrimonio, l’amore libero e il figlio di Stato. Si disse che distruggeva la famiglia, la morale, la tradizione. In effetti il libero amore è una posizione estrema, ma a ben vedere non è una proposta nuova. Prima di Marinetti aveva avanzato questa proposta Platone, nella Repubblica, e poi Karl Marx, nel Manifesto del partito comunista. I futuristi non negano “la morale”, negano “una certa morale” e ancor di più la sua degenerazione: il “moralismo ipocrita”. I futuristi negano il moralismo ipocrita dei libertini che negano il proprio libertinismo, delle meretrici che si presentano pubblicamente come Maria Goretti, delle signore della bella società che credono vi sia una qualche differenza fra cercare il buon partito e vendersi in un bordello, dei preti che dietro la propria rigida sessuofobia pubblica nascondono i comportamenti privati più censurabili. I futuristi difendono la morale della trasparenza, della libertà, del coraggio, dell’orgoglio, della sincerità, di coloro che ambiscono nietzscheanamente a diventare ciò che sono.

Se l’uomo è troppo debole per fare un discorso di verità, oggi lo costringono a questo le nuove tecnologie. I telefoni cellulari, Internet, i social forum, stanno mostrando quella che è la vera realtà sociale. I tradimenti, o i desideri di tradimento, superano nella realtà dei fatti la fedeltà e l’amore eterno. Le persone che vendono il proprio corpo per fare carriera sono ben più di quelle che lo ammettono candidamente. I divorzi crescono percentualmente anno dopo anno e ai divorziati non resta che maledire il giorno in cui hanno firmato quel contratto capestro – un contratto economico con clausole assurde occultate dietro la parola amore. Persone insoddisfatte della propria struttura biologica traggono vantaggio dallo spazio di libertà morfologica aperto dalle biotecnologie.

Le tecnologie rendono possibile questa situazione, oppure mettono questa situazione già esistente in tutta la sua crudezza davanti ai nostri occhi. La nostra è una società che si ostina a richiamarsi a valori e strutture famigliari post-neolitiche, come la famiglia monogamica, quando ha attraversato almeno altre due rivoluzioni, quella industriale e quella informatica, e si appresta ad attraversare la terza, quella biotecnologica. Certo, da un punto di vista post-neolitico la società di oggi appare perlomeno smodata. Ma noi ci chiediamo se ha ancora senso questa rigida distinzione di ruoli, questo obbligo di adeguarsi alla struttura, questa pruriginosa attitudine a vietare quello che poi tutti vogliono vedere dal buco della serratura? Andiamo! Liberiamoci dai residui di medioevo che ancora circolano nelle nostre società ipertecnologiche del XXI secolo e accettiamoci per ciò che siamo. Marinetti perorava l’amore libero. Noi andiamo persino oltre e peroriamo l’amore smodato! Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della politica! Vi scongiuriamo! Non chiedeteci se siamo di destra o di sinistra, soprattutto se avete in mente questa destra e questa sinistra. Non abbiamo nulla da spartire né con questa destra reazionaria, clericale, passatista, tradizionalista, né con questa sinistra moderata, politicamente corretta, succube dei poteri forti, fintamente dalla parte del popolo. Noi voliamo in alto, e perciò guardiamo il mondo dall’alto della nostra visione aeropittorica. Ragioniamo a ere geologiche, non a legislature. Dalla nostra prospettiva abissale vediamo la politica svolgersi su tutta l’era quaternaria. E, da questo punto di vista inconsueto, il quadro ci appare differente.

La storia della politica ci appare come la storia di tre uomini che si ritrovano improvvisamente gettati su una barca a vela in navigazione. Il primo passa il tempo ad imprecare contro la sorte che li ha fatti ritrovare a bordo, e insiste sull’opportunità di buttarsi a nuoto per cercare una riva inesistente. Questi è il luddista, il tradizionalista, il primitivista, il passatista, di matrice ecologista o religiosa. Può stare a destra come a sinistra, ma in ogni caso guarda indietro.

Il secondo uomo invece sulla barca ci sta tutto sommato bene, ma non vuole arrovellarsi troppo. Propone perciò di instaurare una regola per cui sia vietato interferire con la navigazione… verso il nulla. Passa il tempo a proporre regole di convivenza ed è principalmente interessato ad accaparrarsi le razioni disponibili e la cuccetta migliore, o al massimo trovare un modo per condividerle equamente in modo da mantenere la pace a bordo. Questi è il borghese o, alternativamente, il proletario la cui massima ambizione è imborghesirsi. Ha freudianamente rimosso la propria condizione di naufrago dell’esistenza. A volte sta a destra, a volte a sinistra, ma tende inesorabilmente a gravitare verso il centro – verso la melassa insipida, il nulla ideologico, il privilegio, la raccomandazione, l’appalto.

Ciò che conta invece per il terzo uomo è la possibilità di usare la barca per andare dove vuole, imparare a governarla e decidere la rotta da seguire. Questi è il vero futurista, il futurista smodato. Questo spirito volontarista, prometeico, faustiano, consapevole, decisionista, disinteressato, eroico, tragico è appartenuto a uomini di diversi schieramenti politici. Che si siano schierati a destra o a sinistra poco importa. Ciò che unisce questi uomini è che hanno la schiena dritta e guardano sempre avanti!

Ma sentiamo già il fiato sul collo, il richiamo alla realtà, la domanda impertinente dei presentisti: «Dei problemi della gente vogliamo parlare?». Ne parleremmo più volentieri se vedessimo la gente sollevarsi dal proprio torpore e ribellarsi! Di fronte ad una situazione di crisi radicale, vorremmo vedere una reazione radicale. Non ci scalda il cuore né l’idea del governicchio che si regge sulla compravendita dei trasformisti, né l’ipotesi del governo tecnico, ennesimo comitato d’affari delle banche e delle multinazionali, pronto ad affamare il popolo per salvare il sistema. Vorremmo liberare il Parlamento da questi zombi e dai loro estenuanti e inconcludenti tatticismi. E smettiamo anche di chiamarla “casta”! Casta è una parola troppo importante, troppo nobile, troppo aristocratica, per indicare dei questuanti interessati solo a mangiare alla mensa dei poveri di Montecitorio. La corruzione? L’interesse privato? La raccomandazione? I ribaltoni? I trasformismi? Il sesso come veicolo per la carriera? Le mafie, i servizi, le logge, le minacce e i ricatti incardinati sui Misteri d’Italia? Umano, troppo umano... Anzi, meglio dire: ominide, troppo ominide. Suvvia! È giunto il momento di realizzare quella festosa rivoluzione che attendiamo da tempo. Svuotiamo le Camere dai politici a modo e riempiamole di androidi, cyborg, robot, mutanti, o magari anche di donne e uomini, purché smodati. Con i tempi che corrono, persino l’ultima categoria non è poi da disprezzare.

Poiché noi abbiamo la tendenza a levitare, vorremmo vedere intorno a noi cuori sollevati e teste sollevate. Perciò lottiamo innanzitutto contro il parassitismo e il fatalismo, due malattie che si possono annidare in tutte le classi sociali, quella alta dei banchieri, dei politici, dei faccendieri, e quella bassa dei loro servi, degli apatici, dei questuanti. Noi siamo con chi lavora, chi inventa, chi costruisce, chi lotta, chi cerca di determinare volontariamente il proprio destino, elevando così non soltanto se stesso, ma tutta la sua comunità. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Distinguo

Prima di concludere, vogliamo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Non intendiamo ergerci a custodi dell’ortodossia ideologica. Non reclamiamo l’esclusiva sull’uso del termine “futurista”. Nulla è più lontano dal nostro spirito libertario dell’idea che servano autorizzazioni per definirsi in un modo piuttosto che in un altro. Anzi, ci riempie di gioia vedere intorno a noi persone che fanno fieramente uso di questo termine, dopo che per anni siamo stati visti come folli quando indossavamo idealmente le giacche gialle del futurismo. Che cento fiori fioriscano! Gli esempi positivi vengono dall’arte popolare, che con la sua leggerezza riesce ad essere più onesta di qualunque politica. Un grande artista, guru del rock italiano, ha sorpreso tutti componendo e cantando il “Manifesto futurista della nuova umanità”. Una canzone-poesia in cui gli elementi del sentire futurista sono ben rappresentati: l’emancipazione dalla tutela morale e religiosa, il rifiuto di una rappresentazione rassicurante e immaginaria della realtà come prezzo da pagare per dare sfogo alle emozioni più smodate, e quella vita che arriva impetuosa ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova – arriva impetuosa come il treno che compie scorribande nel videoclip, simbolo della rivoluzione industriale già cantato da Carducci, simbolo della prepotenza tecnica dell’uomo che sfida faustianamente le proprie limitazioni, correndo rischi, sfidando i pericoli. Con leggerezza e ironia, cantano “Il futurista” anche due icone della pop-art commerciale, tra scale mobili e paraboliche, grandi numeri e parolibere, e un accenno implicito al transumanesimo: «matematica la mia etica io modifico la genetica».

La tecnica, la tecnica… Una sfida alle stelle che però rischia di naufragare in gretto consumismo. Come ha sagacemente mostrato un grande cineasta nel film “La dinamicità”, c’è da rimanere esterrefatti nel vedere la tecnologia ridotta ad ovvietà del quotidiano. In questa trasfigurazione, come sottolinea il regista, c’è tutta la parabola della società e del design italiano, da una fiammeggiante avanguardia rivoluzionaria a un sostanziale conformismo di massa.

Ergo

Se questa parabola si verifica è anche a causa dello stupro semantico cui è quotidianamente soggetta la lingua italiana. Si capovolgono scientemente i significati delle parole: si cambia tutto, affinché tutto rimanga uguale. È soltanto a questa usurpazione gattopardesca che vogliamo porre fine, non alla libera appropriazione del nome “futurismo”. Stupratori! Se avrete il coraggio di seguirci sulla strada del futurismo autentico, eccessivo, smodato, vi accoglieremo a braccia aperte, come sinceri compagni di lotta. Se invece vorrete restare arroccati nel vostro misero e patetico moderatismo, fateci almeno la cortesia di non dirvi più futuristi. Ci risparmierete così la fatica di definirci “smodatofuturisti” per distinguerci da voi. In fondo, a noi basta essere quello che siamo sempre stati: futuristi!

Ad futurum!

Riccardo Campa (estensore)

Graziano Cecchini (azionatore)

Roberto Guerra (eccitatore)

Antonio Saccoccio (agitatore)

Stefano Vaj (fomentatore)

Post scriptum (ad usum stultorum)

Nota ad uso degli imbecilli. Avete letto attentamente questo manifesto ed ora siete indignati, spaventati, inorriditi. Vi apprestate quindi ad assumere “un atteggiamento di seria preoccupazione” per lanciare un allarme, gridare al lupo, segnalare il pericolo alle persone perbene, sul vostro insignificante blog, giornale o televisione. Ebbene, se questo vi frulla per la mente, perdonateci l’impietosa diagnosi, ma appartenete certamente alla categoria degli imbecilli. Il vostro deficit intellettivo non vi ha permesso di cogliere il carattere semiserio, papiniano, prezzoliniano dello scritto. D’altronde, non si può pretendere che un imbecille capisca dove finisce l’analisi e dove inizia il sarcasmo o l’ironia. Eppure, in questo caso, il compito non era affatto difficile, considerando che siamo partiti dalla critica dei poteri forti per arrivare all’elogio… dei Righeira! Riflettete, se potete, prima di infestare il ciberspazio di ulteriore spazzatura. Il male che vi affligge non è esterno, è dentro di voi. Potete però eliminarlo con un upgrade del cervello, installando un microprocessore e un’espansione di memoria nella corteccia cerebrale. Credeteci: il futurismo smodato può esservi più utile di quanto riusciate a immaginare. Ad ogni buon conto, per voi preghiamo.


Giorno: 11.11.11

Ora: 11:11

VRBE AETERNA,

A. D. III IDVS NOVEMBRES,

MMDCCLXIV A.V.C.

HORA QVINTA ET VNDECIM MINVTIS

Etichette: , , , , , , , , , ,

giovedì, ottobre 20, 2011

I tre grandi limiti degli indignados (e qualche consiglio per una ribellione radicale)

Siamo ancora tutti stupiti dalla capacità di organizzazione e mobilitazione dimostrata dal movimento che viene chiamato degli “indignati” (indignados per seguire la moda spagnola), che ha portato recentemente la contestazione nelle piazze di decine e decine di città di tutto il mondo. C’è da essere soddisfatti nel vedere finalmente la popolazione togliere il sedere dal divano e gli occhi dal televisore e contestare apertamente lo status quo. C’è da essere più che soddisfatti dalla dimensione mondiale che il fenomeno ha assunto in queste ultime settimane, risultato conseguito evidentemente grazie ai media interattivi-partecipativi contemporanei. Tuttavia la rivolta-contestazione a cui abbiamo assistito ci lascia con l’amaro in bocca e non ci sentiamo di affiancarla per come si è presentata. Di fronte alla realtà contemporanea, non possiamo essere e agire da indignati: dobbiamo intraprendere una strada estremamente più convincente e radicale.

Tanto si è scritto e tanto si è detto in questi giorni di questo movimento di contestazione. Si è detto e si è scritto tanto, e male. Male perché il solito cronachismo/sensazionalismo spiccio ha come sempre prevalso su qualsiasi attenta analisi del fenomeno. E allora fiumi di inchiostro sul movimento violento, sul movimento pacifico, movimento no-global, movimento anticapitalista, etc. fino a morire dalla noia.

Qui vogliamo mostrare, invece, i limiti evidenti della rivolta degli indignados, così come si è manifestata nelle ultime settimane. Le migliori osservazioni in questi giorni sono venute da chi non si è lasciato condizionare dall'agenda mediatica e ha percepito con chiarezza ciò che manca a simili proteste. A ben vedere, siamo di fronte a tipiche contestazioni postmoderne. Contestazioni sterili, forse addirittura innocue, e questo per tre motivi principali:

1. I movimenti di rivolta nell’epoca postmoderna mancano di un vero pensiero radicale alternativo al sistema di potere che intendono contestare. Manca sostanzialmente una reale contrapposizione ideologica. Se andiamo in giro a leggere i documenti scritti che figurano come “manifesti” di questo movimento di "indignati", ci si ritroverà subito nella miseria ideologica più totale. Tralasciando i vaghi e triti slogan anticapitalisti, si scoprirà che gli indignados sono in realtà gli esclusi, i precari, i disoccupati, coloro che non ce l’hanno fatta ad integrarsi nel sistema. Lottano perché le banche hanno esagerato, e reclamano che le cose funzionino meglio, ma non ci sono reali proposte per abbattere il sistema e costruirne uno nuovo radicalmente differente. Non c'è una visione globale alternativa, c'è soltanto una rivendicazione suggerita dalle condizioni del momento. La conferma che i contestatori sono parte del sistema che credono di voler abbattere arriva puntuale leggendo i documenti degli indignados. Sorvolando sulle banalità più sconcertanti, occorre fare attenzione alle obsolete e borghesissime rivendicazioni per il lavoro e addirittura per una maggiore istruzione/educazione. È evidente che la linea è quella della continuità con il sistema dominante. Questi esclusi non hanno ancora compreso che è proprio attraverso i canali consolidati dell’istruzione e del lavoro che il sistema continua a controllare con una certa tranquillità la situazione e a porre in rapporto di sudditanza la popolazione. Persino in momenti di contestazione come questi è tutto sotto controllo: gli appelli a lavorare e studiare di più da parte di chi contesta sono la conferma che non c’è nulla di pericoloso ancora per chi gestisce il potere. Prima di entrare nella palude postmoderna le avanguardie e le grandi contestazioni e rivolte del Novecento, dai primi decenni del secolo agli anni Sessanta, avevano ben chiaro che occorreva scagliarsi contro l’istruzione, contro la scuola e l’università, contro il lavoro. Si aveva ben chiaro che occorreva colpire al cuore il sistema per poterlo poi ricostruire su altre basi. Oggi sembra sia scomparsa quel tipo di lucidità e si inneggia vagamente ad un "cambiamento", e magari ad un abbattimento della mentalità economicistica, affidandosi paradossalmente proprio alle strutture di potere consolidate. Come se quella mentalità non uscisse fuori dalle nostre scuole e dalle nostre università! Come se la religione del lavoro fosse un principio indiscutibile da venerare!

2. Il secondo aspetto per cui le contestazioni postmoderne sono innocue è che si tratta di rivolte spettacolarizzate. Come si può vedere dai tanti filmati (ormai circolanti anche in rete) la partecipazione ad eventi del genere non è tanto sentita visceralmente, quanto indotta dalla caciara mass-mediatica che crea nei cittadini-spettatori quasi uno stato di trance per cui occorre esserci ad ogni costo per poter apparire nel grande evento mondiale (non si risentano coloro che hanno partecipato invece infiammati e infiammando, queste parole non sono rivolte evidentemente a loro). Ed è così che la gente si ritrova in piazza e per le strade e non sa bene cosa fare. Anzi, la prima cosa che fa è mettere mano alla macchina fotografica o al cellulare per fare foto e video, anche quando da fotografare e riprendere c’è solo il nulla di una folla aggregatasi mollemente e fiaccamente. Si è contenti di essere lì in quel momento. Da qualche anno la possibilità di viralizzare sui vari social network e su youtube questo drogante “c’ero anch’io” ha addirittura incrementato l’ansia di partecipare a questo tipo di eventi. Mezzi potenzialmente esplosivi (social network, blog, youtube) vengono così risucchiati dalla spirale spettacolare di matrice old-mediale, completando quello slittamento dall’essere all’avere all’apparire profetizzato decenni or sono da Debord.

3. Altro aspetto piuttosto deprimente è che queste contestazioni nascano solo in momenti di crisi finanziaria. Non bisogna essere troppo felici per questo tipo di rivolte, perché sono rivolte del ventre (e qui Marinetti docet). D’accordo, anche il ventre ha le sue buone motivazioni, ma non di solo ventre si vive. Un movimento lucido è in grado di percepire anche a stomaco pieno i limiti di un sistema di vita mortificante. Occorre ribellarsi ad un modo di vivere non perché affamati, ma perché istintivamente ben consapevoli che si possa vivere meglio. D’altra parte da affamati è anche difficile che si trovino soluzioni brillanti.

Per questi motivi le contestazioni postmoderne risultano tanto noiose. Non brilla l’individuo; non brilla il pensiero; non brilla l’azione. L’individuo si riunisce in folle, che diventano ben presto masse; il pensiero è assente; l’azione senza pensiero può essere solo vano teppismo.

Non siamo contro le folle, siamo per le folle agitate da grandi ideali. Ma le folle senza ideali diventano masse. E noi siamo contro le masse.

Per concludere riprendo le frasi finali del manifesto degli indignados, frasi che suonano deboli slogan, e che per questo occorre rapidamente correggere:

“Per quanto detto sopra, sono indignato. Credo di poterlo cambiare. Credo di potere aiutare. So che uniti possiamo. Esci con noi. È un tuo diritto”.

Se vuoi ribellarti a qualcuno e a qualcosa. Se hai dentro il fuoco. Se vuoi abbattere il vecchio e ricostruire un mondo nuovo. Non pensare a questo modo. Non usare queste parole. Colpisci al cuore il sistema e re-inventalo da capo. Torna vivo!

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , , , ,